Social housing, diritti e welfare

Il tema dell’edilizia sociale o del social housing, almeno nei suoi aspetti generali, è conosciuto dal grande pubblico e da gran parte di coloro che se ne occupano in maniera specifica per almeno due motivi: da un lato, per l’esistenza di una crescente domanda di una casa in affitto da parte di quei cittadini che, per le loro condizioni di quasi assoluta indigenza economica, non dispongono di risorse sufficienti ad ottenere uno spazio ancorché minimo in cui vivere e, dall’altro lato, di gruppi sociali , invero oggi assai numerosi ed in crescita, che non possono accedere, in ragione del loro reddito, alla casa in proprietà ne tantomeno in affitto.

Gli stessi addetti ai lavori, vale a dire coloro che si occupano della questione abitativa, sia sul piano professionale, sia su quello politico, tendono ad affrontare però la materia secondo un’ ottica molto specifica, ovvero senza tentare di descrivere ed affrontare il fenomeno nella sua interezza, inserendolo in una ottica più ampia che consideri il diritto all’abitare come un vero e proprio diritto fondamentale.

La carenza di questo diritto dovrebbe essere considerata, invece, come uno di quegli ostacoli, forse quello fondamentale, che sarebbe compito della Repubblica rimuovere in quanto rende di fatto i cittadini diseguali di fronte alla legge, cosi come previsto dallo spirito dell’art. 3 della nostra Costituzione.

Quando si parla di Repubblica non pare inutile specificare che trattasi di Stato, Regioni, Aree metropolitane ed Enti locali che mostrano, viceversa, forti difficoltà a trovare un raccordo efficace quando trattasi di dare attuazione a politiche valide perché questo diritto possa essere definito ed applicato.

Non v’è dubbio infatti che la mancanza di un “abitazione certa” è fattore di diseguaglianza non soltanto in quanto tale, ma perché rende difficile, per non dire quasi impossibile, anche la fruizione di altri importanti diritti quali, ad esempio, la salute , i servizi, la stessa attività lavorativa , rendendo inattuabile , in altri termini, quella coesione sociale che rappresenta la base della civile convivenza.

La scelta di esaminare questa materia nell’ambito del welfare appare non solo perfettamente appropriata, ma anche indice, di per sé, dell’ottica con cui si dovrebbe affrontare il diritto all’abitare , ovvero nella sua interezza e complessità, come componente ed attuazione di una più ampia sfera di diritti civili e sociali.

Il social housing, pertanto, secondo questa concezione , va inteso come modello universalistico che trae origine dal dettato costituzionale secondo cui è compito della Repubblica (Stato, Regioni, Città metropolitane, Enti locali) rimuovere gli ostacoli che rendono di fatto i cittadini diseguali e, quindi, garantire il diritto all’abitazione con un costo accessibile a tutti. Non si tratta pertanto di affidare in questo come in tanti casi la soluzione al mercato che, come è ben chiaro a ciascuno di noi , non l’ha trovata, ma di attuare politiche che tendano verso il risultato di cui si è detto attraverso l’utilizzo più efficiente del patrimonio di abitazioni, siano esse di proprietà pubblica, siano esse di proprietà privata.

Una efficace analisi della situazione dell’housing sociale , delle politiche abitative e dei diritti ad esse collegati, nel nostro Paese e in Europa, è contenuta nello studio, edito dalla Cassa Depositi e Prestiti “Social housing –Il mercato immobiliare in Italia, focus sull’edilizia sociale “ (1) .

Lo studio, aggiornato al Marzo 2014, riporta un’analisi dettagliata delle voci richiamate, corredata da elementi quantitativi ordinati in serie storiche dei principali fenomeni osservati.

(1) Guido Rivolta, Simona Camerano, Social housing –Il mercato immobiliare in Italia, focus sull’edilizia sociale , a cura di Alberto Carriero (coordinamento gruppo di lavoro), Federico Antellini Russo, Susanna Screpanti, Daniela Alterio, Roma 2014.

Raccomandiamo a quanti si occupano di social housing di esaminare, direi anzi studiare, questa trattazione anche perché compendio di un’analisi aggiornata e completa difficilmente reperibile in altre fonti.

Va rilevato, tuttavia, che questa stessa analisi non approfondisce sufficientemente il tema cui abbiamo dianzi fatto cenno, ovvero di come non sia possibile attuare pienamente il diritto all’abitare, nell’ambito di un nuovo welfare, se non facendo ricorso alla piena utilizzazione del patrimonio abitativo , sia esso di proprietà pubblica, sia esso di proprietà privata.

Il Piano casa e gli interventi per il settore residenziale del Governo – con i positivi aggiornamenti contenuti nella recente legge di stabilità – che pur contiene misure tese a sostenere e rilanciare l’affitto e l’offerta di ERP collegando l’azione pubblica nelle sue diverse articolazioni territoriali e istituzionali , non imposta con quella “radicalità”, che sarebbe forse necessaria, l’ipotesi che il patrimonio privato possa essere utilizzato pienamente nelle politiche pubbliche con un sistema di incentivi fiscali ed economici e rapporti convenzionali che inducano il proprietario ad affittare l’alloggio e, ad un tempo, l’affittuario potenziale, con aiuti adeguati, ad ottenerlo in modo che domanda e offerta si incrocino sul punto della convenienza o possibilità per entrambi.   E’ ben vero che gli aiuti per gli affitti nel Piano del Governo sono indirizzati in questa direzione, ma è altrettanto vero che non trattasi di rapporti strutturali fra azione pubblica (comuni , regioni e, ora, città metropolitane) e proprietà privata, quale componente essenziale delle politiche locali e regionali. A mio parere sarebbe necessario che in tale direzione si orientassero prioritariamente i finanziamenti pubblici. In tal modo quel patrimonio privato, costituito oggi da enormi quantità di alloggi sfitti, quindi già costruiti, diventerebbe elemento costitutivo delle politiche pubbliche. Si darebbe così un forte contributo alla diminuzione del consumo di suolo senza considerare il beneficio di utilizzare le infrastrutture di servizio dei fabbricati già esistenti. Lo stesso patrimonio pubblico, ove presentasse caratteristiche tali da non poter essere assegnato con le normali graduatorie, potrebbe essere utilizzato allo stesso scopo.

Secondo il Guardian sono 11milioni le case vuote in Europa di cui 2, 5 in Italia, 3,4 in Spagna, 2,4 in Francia, 1, 8 in Germania …, il doppio di quante ne occorrerebbero per ospitare tutti i senzatetto del continente stimati in 4,1 milioni. (2)

Sono ben consapevole di aver semplificato oltremodo questa proposta di utilizzo del patrimonio esistente, ma con opportuni approfondimenti ed adattamenti è mia convinzione

che si potrebbero ottenere risultati notevoli così come avvenuto, ad esempio, nella città di Torino dove, con Lo.C.A.Re (3), centro servizi costituito dal Comune per favorire l’ incontro della domanda e dell’offerta sul mercato privato della locazione, è stato dimostrato come sia possibile stipulare, a certe condizioni, un numero di contratti notevolmente elevato con una spesa che neppur lontanamente potrebbe essere paragonata a quella da sostenere per fare altrettanti nuovi alloggi , pur trasformando il patrimonio esistente.

(2) Rupert Neate, The Guardian, (26 Febbraio 2014)

(3) http://www.comune.torino.it/locare/

Bologna, 20 Maggio 2015                                                                   Ermanno Tarozzi

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