Il caso italiano Il “gentismo” del M5S di Nadia Urbinati, 25 giugno 2015. Segnalazione a cura di Ermanno Tarozzi

Il successo elettorale e d’opinione del Movimento 5 Stelle sorprende sempre, soprattutto se si considera il trattamento a dir poco freddo che gli riservano gli organi di informazione. È certo figlio del declino di legittimità dei partiti politici e della piaga della corruzione, mai rimarginata dal tempo di Tangentopoli, e che ora purtroppo sta coinvolgendo pesantemente il Pd, il partito che della questione morale aveva fatto la sua bandiera. Corruzione e disfunzionalità della classe politica sono tradizionalmente imparentate, e il M5S si è imposto con la richiesta di più competenza (ricordiamo la scelta dei candidati nelle elezioni comunali di Parma attraverso curriculum vitae) e del defenestramento dei corrotti.  Due richieste che stanno oltre la partigianeria. Anche per questo, il M5S si è imposto come un non-partito. Ciò ha indotto molti studiosi e opinionisti a identificarlo con l’antipolitica, un’espressione di difficile connotazione spesso associata al populismo. In questa breve nota vorrei contestare l’uso del termine “antipolitica” e poi dissociare il M5S dal populismo per associarlo invece al gentismo, una brutta e inelegante parola che però forse fa meglio al caso nostro.

“Antipolitica” è un’espressione di comodo e il suo uso è spesso indice di faciloneria argomentativa.  John Stuart Mill scriveva nel Sistema di logica che i termini generali devono servire a orientarci nella conoscenza dei fatti concreti, non a esonerarci dalla fatica della ricerca. In quest’ultimo caso, usiamo la riflessione non per gettare luce (riflettere, appunto) ma per oscurare: il che è indice di pigrizia mentale, più di ricerca di sicurezza che di conoscenza. Il termine antipolitica rientra in questa attitudine. Eppure in democrazia non si dà antipolitica e, secondo quanto scriveva Thomas Mann, nemmeno impolitica, nonostante il nostro desiderio di salvaguardare alcuni valori fondamentali dalla diatriba del foro e dalla parzialità delle opinioni politiche. Nella democrazia tutto si fa politico perché tutto è opinione, per cui anche coloro che vogliono tirarsi fuori dalla discussione per evitare giudizi partigiani devono farsi politici per difendere la loro posizione impolitica e antipolitica. In democrazia tutto è aperto al foro della discussione e all’opinione, soggetto al giudizio “pro”/”contro”. Ragion per cui l’antipolitica è essa stessa una posizione politicissima.

Dentro questa cornice il Movimento 5 Stelle ha la sua collocazione. Non è per nulla un movimento antipolitico, dunque, anche se è certamente un movimento contro un establishment politico. La rottamazione l’ha per primo teorizzata Beppe Grillo nei suoi comizi teatrali, ricavandone sempre molti consensi elettorali: essa è a tutti gli effetti una richiesta politica (poi fatta propria da Matteo Renzi).  Il problema è capire che caratteri abbia quest’azione politica del M5S e come si collochi nel panorama politico.

In uno dei primi e più validi libri sul grillismo, Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini si dicono dubbiosi sul classificarlo un movimento populista. Hanno ragione, poiché i movimenti populisti che hanno aspirato alla rappresentanza elettorale si sono immediatamente espressi attraverso una leadership personale forte: il leader che come un Cesare incorpora la rappresentazione del popolo-populista facendone un’unità che sta sopra le sue varie componenti e le abbraccia tutte.  Non basta la retorica populista per fare un movimento populista. Ci sono movimenti che usano una retorica populista – in primis la polarizzante dei “molti” contro “i pochi” – ma non accettano di entrare nella sfera istituzionale, e per questo non possono essere rubricati nella categoria del populismo. Questo è stato il caso di Occupy Wall Street, un  movimento orizzontale di democrazia diretta radicale che ha rifiutato la rappresentanza volendo restare un movimento di opinione, anche se ha usato una retorica cara al populismo, ideando una formula capace di unificare tutti i vari interessi con un’equivalenza semplice: il 99% contro l’1%.

Il M5S non è mai stato interessato a questo argomento egualitario, ed è più moderato e perfino conservatore. Ha anch’esso cercato un tema unificante delle varie scontentezze e l’ha trovato appunto nella reazione contro la corruzione e l’inefficienza. La denuncia della cattiva politica e della casta, sorta a ridosso delle varie Tangentopoli, ha assorbito il linguaggio giustizialista, portandolo prima in piazza e poi nell’urna. Questo l’argomento che ha unificato i seguaci di Grillo fin dall’inizio. Eppure, a differenza di Occupy Wall Street, il M5S non ha rinunciato alla battaglia elettorale e non ha preferito la democrazia diretta. Il web è certo mezzo di diretta immediatezza, ma è anche un luogo di consolidamento di opinioni che si presta alla traduzione nel voto. Il web svolge un ruolo centrale nel M5S ma non il solo: l’accesso alla rappresentanza ha introdotto un elemento di verticalità formale che ha reso quello di Grillo più che un semplice movimento di opinione. Lo strumento elettorale ha anche reso il M5S naturalmente predisposto all’unificazione populista sotto un leader. Ma ciò non è avvenuto.

Nonostante la sua partecipazione alla politica elettorale, esso non si è identificato con un leader. Nonostante la sua retorica populista, Grillo non è un leader populista. E la ragione sta nel fatto che egli (insieme a Casaleggio) non si è mai candidato (non importa qui esaminarne le ragioni) e quindi non ha goduto del consenso plebiscitario dell’urna, lo strumento che, invece, ogni leader populista cerca proprio per sancire l’unità con il suo popolo. Dunque, il M5S ha rinunciato alla democrazia diretta e quindi ha voluto consolidarsi, non sciogliersi come neve al sole della stanchezza partecipativa. Ciò nonostante, però, non è mai giunto ad essere populista, perchè i suoi capi sono restati nella sfera dell’opinione. Ciò comporta che i rappresentanti del M5S parlino ciascuno per sé, poiché il loro movimento non si è fatto partito e anche se i capi dell’opinione intervengono quotidianamente, redarguendo, dando ordini, minacciando e cacciando i rappresentanti del M5S sono comunque lasciati a se stessi, e la sola disciplina che hanno è quella che viene dall’opinione fondativa: la stessa che li ha portati ad aderire al movimento di Grillo, ovvero l’attacco alla corruzione e alla casta politica.

È  quindi a questa opinione unificante che occorre prestare attenzione per capire la caratteristica del movimento e, soprattutto, la ragione della sua persistenza nel quadro politico parlamentare.  L’opinione contro la corruzione e chi la pratica avendone un ritorno in potere e riconoscimento – la casta – configura la più basilare delle reazioni dei cittadini democratici contro un establishment politico. La democrazia ha sempre al suo interno una diffidenza verso chi esercita il potere. Si tratta di una reazione basilare e trasversale, capace di unire tutti. Ricordiamo, per esempio, che non appena nacque la democrazia in Italia, alla fine della guerra, con essa nacque il movimento dell’Uomo qualunque contro la classe politica. Il M5S rientra in questa attitudine, anche se in un tempo diverso, dopo che la corruzione è stata sperimentata e subita per decenni. L’idea che propongo è che il M5S abbia il carattere non del populismo ma del “gentismo”. È reazione della gente comune contro gli adepti, dei cittadini ordinari che vivono la loro quotidianità nel privato e nel sociale, contro coloro che svolgono una funzione di direzione politica e che per questo non sono più gente comune. Non lo sono perché sotto i riflettori del pubblico e perché tentati dal privilegio e dal piacere che dà, cose negate ai cittadini comuni. “Noi cittadini” siamo la gente dei sondaggi, non i membri della casta, che anche in questo senso non sono “il pubblico”, la “gente”. “Noi generici cittadini” abbiamo una eguaglianza legale e di obblighi che è certa, non i membri della casta che invece tengono in mano gli strumenti della decisione e delle norme. Questo è il popolo del M5S. E l’espressione che meglio lo qualifica è, appunto, “gentismo”. Non è certo un caso, infatti, se Grillo non ha mai usato il termine “popolo” ma “gente” e “cittadini”.

Questo spiega molte cose: per esempio l’impossibilità di identificarlo col populismo, e poi la sua resistenza nel tempo – perché il suo alimento (la corruzione) persiste. È “orizzontalismo” come voce di gente comune, a volte poco informata, a volte molto pressappochista, a volte sommaria, ma mai unificata sotto un’ideologia o una leadership-guida e in questo individualista e dissociata.

Di questa specificità occorre tener conto quando si interagisce con candidati o eletti del M5S, spesso persone tutt’altro che impreparate e fanatiche. L’attrazione dell’elettorato si spiega con questo gentismo, una genericità che ci fa sentire identificati a coloro che entrano in lista, simili a noi nel senso comune, nel semplicismo delle nostre opinioni basilari. Il che spiega anche quanto poco incisivi possano essere i grillini una volta eletti, come hanno spiegato Piergiorgio Corbetta e Rinaldo Vignati nell’ultimo numero de “il Mulino”. Senza struttura di partito restano quel che sono: eterni apprendisti. Ma con una struttura partitica diventerebbero come tutti gli altri, “la casta”, e a quel punto il gentismo che oggi li premia diventerebbe la ragione del loro declino. Per chi intende neutralizzarli, quindi, l’unica strategia potrebbe essere quella di portarli a farsi partito (a tutt’oggi il M5S ha una modesta e poco democratica organizzazione). Anche a questo è probabilmente orientata la proposta di una legge che regolamenti i partiti.

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